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Altre che fratello pakistano! Ci vado io in pakistan!

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04/05/05 – News – Londra – “Bisogna adeguarsi alle necessità. Fin quando i
pakistani vorranno pagare poco per un film… ci saranno i pirati”. Così si
presenta Khalid Jan Mohammad, uno dei tantissimi uomini d’affari immersi nel
business dell’intrattenimento digitale pakistano. Un’industria sicuramente
atipica: il sistema si basa sulla connivenza degli amministratori pubblici e
sulla furbizia dei singoli “imprenditori”. Che da noi verrebbero chiamati
“criminali”. Un’inchiesta della BBC ha messo in luce un problema assai più
grande di quanto finora immaginato.

Il Pakistan è uno dei paesi più sviluppati ed organizzati nel commercio di
materiale piratato.

A nulla sono valsi i numerosi e ripetuti richiami da parte delle agenzie
internazionali per la tutela dei diritti d’autore: l’amministrazione chiude
gli occhi sulla questione della proprietà intellettuale. Secondo un’indagine
dell’organizzazione internazionale dei fonografici IFPI, il paese sforna
ogni anno circa 230 milioni di prodotti digitali contraffatti su una vasta
gamma di supporti: dal DVD al VHS. La merce raggiunge poi tutto il mondo,
facendo incassare circa 27 milioni di dollari ai signori pakistani della
copia.

Interrogato sul futuro del Pakistan, Khalid Jan Mohammad è sufficientemente
chiaro: “Non c’è niente da fare. Che la comunità internazionale muoia pure
impiccata
” dice lucidamente l’atipico rivenditore di musica. Proprietario
della ditta Sadaf CD -all’apparenza un semplice negozio di dischi-, sforna
“falsi” curati nei più piccoli dettagli. Ma secondo lui, così come secondo
la totalità dei pakistani, “questa non è pirateria. Si chiama arrangiarsi“.

Il prezzo di un film in DVD si aggira intorno al dollaro: all’altezza delle
tasche dei pakistani. Che non accennano a voler comprare originali. Ormai,
dopo circa 25 anni di espansione, il mercato del falso ha completamente
soppiantato il mercato “legittimo”. Ogni 18 mesi la capacità di produzione
delle “copisterie” raddoppia, facendo tremare le major dell’industria
multimediale.

La soluzione al problema, agli occhi delle associazioni delle major come
RIAA, è ancora distante. La produzione illecita “made in Pakistan” costa
all’economia mondiale circa tre miliardi di dollari all’anno. Khalid Jan
Mohammed fa la sua proposta, assai pratica: “Provate a fermarci. L’unico
modo, se l’Occidente vuole fermare la pirateria in Pakistan, è convincere le
major ad abbassare le esose royalty
“.

Ma citiamo ancora una volta questo idolo d’uomo chiamato Khalid Jan Mohammed:
Non c’è niente da fare. Che la comunità internazionale muoia pure
impiccata

3 risposte su “Altre che fratello pakistano! Ci vado io in pakistan!”

Credo che abbiano problemi più grandi di cui occuparsi i pachistani, la proprietà intelletuale, come i casi Terry Schiavo sono problemi da paesi ricchi. Aspettiamo che si diffonda Internet anche lì, poi finalmente avremo dei tracker per bittorrent come si deve…

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