Rlieh

I'm getting older and need something to R'Lieh on

Vita nella Corporation americana

La mia azienda è stata (finalmente!) comprata “dagli americani”. Sono americani molto grossi, molto ricchi (9 miliardi di fatturato) e molto americani, in tutto e per tutto. Questa è la storia (fino ad oggi) dal di dentro dello scontro di culture aziendali che è avvenuto nel giro di due mesi e di cui, temo, abbiamo visto l’inizio.

La storia inizia con una multinazionale all’italiana, gestita da un Cavaliere che ha cominciato in officina costruendo trattori (o giù di lì), facendo i soldi e diventando presidente di un’azienda da centinaia di dipendenti sparsi in Europa e Cina. Il Cavaliere è facile all’ira (disereda la figlia e la licenzia in tronco, insieme al genero) e solo lui sa come si fanno le cose. Si circonda di gente di fiducia, più o meno incompetente. Inutile dire che l’azienda ha cominciato a fare acqua da tutte le parti, prima il blocco degli aumenti e delle assunzioni, poi quello degli straordinari e infine la cassa integrazione.

All’orizzonte i mitici americani, che prima entusiasti, vedono il valore delle loro azioni scendere di 10 volte durante la crisi d’autunno e diventano molto cauti. Tira e molla diverse volte, intanto si inizia a temere per gli stipendi. I fornitori non consegnano neanche più un chiodo, ma tanto non ci sono più corrieri disposti a portare i pacchi…

Finalmente l’accordo si conclude (a Lugano), i sindacati mandano SMS di festa e la nuova direzione fa subito una riunione in cui dice “state tranquilli, prima di muoverci ci vorrà tempo”. Nei due giorni successivi licenzia in tronco (del tipo: qui c’è la scatola di cartone, là la porta) quattro dirigenti.

A tutti gli altri arriva un’email con il nuovo logo da sostituire nelle firme e la nuova carta intestata. Nel giro di 15 giorni vengono cambiati tutti i nomi delle società acquisite. Nel giro di un mese arrivano altre indicazioni, tra cui la login per entrare nell’intranet mondiale. E leggendo gli articoli che trovo sull’intranet, scatta il deja-vu per via dei troppi film alla Office Space che ho visto.

Abbiamo un inno aziendale, musica Country con il ritornello che fa “There is a new T. in town”, i colleghi non sono più colleghi, ma Team Members, in azienda è vietato il consumo di alcool ed i vegetariani non sono visti di buon occhio (!).

Ma soprattutto abbiamo i sei “comandamenti”.

Prima arriva un foglio via fax da appendere in bacheca, in attesa che arrivi il Pannello Illustrativo. Che poi, puntualmente, arriva via corriere (che vuole essere pagato cash sul momento, chissà perché).
E’ talmente grosso che il Capo ha difficoltà nel trovare un posto dove appenderlo, ed essendo noi quello che siamo, verremo istruiti , dal suddetto Capo, di appenderlo usando un nastro biadesivo speciale, che abbiamo in magazzino per altri usi, in grado di reggere 7 chili al centimetro quadrato. Costa leggermente di più dello scotch che c’è al supermercato e lo fa la 3M per appendere i TIR al soffitto e sbeffeggiare la concorrenza che appende solo automobili con della misera colla. Per buona misura ne vengono usate sei strisce da un metro circa, rendendo il Pannello solidale con il resto del palazzo.

I sei comandamenti sono: Integrità, Rispetto, Miglioramento, Leadership al servizio degli altri, Coraggio e Senso Civico. Ognuno si divide in tre sotto-motti che coprono ecologia, sicurezza sul lavoro, rapporto coi clienti e così via.

La cosa buona è che ora posso chiedere trasferimento praticamente in tutto il mondo (so che tutti saranno troppo annoiati per arrivare a leggere fin qui e cliccare, scoprendo il nome del compratore).

rincewind

4 pensieri su “Vita nella Corporation americana

  1. Letto tutto con grande interesse.
    1) Il Cavaliere(del lavoro spero, non dello Zodiaco o dei templari)che fine ha fatto?
    2) I "mottos" sono adattabili in pieno alle dinamiche aziendali italiane?
    3)Quando ti fanno direttore?
    4)Domani mi porti mezzo chilo di quel nastro, lo metto insieme ai super magneti per un esperimento

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